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Un intreccio di juta e dignità

Un intreccio di juta e dignità
Bangladesh
 
Un intreccio di juta e dignità
di Marianna Gugiatti, Bottega della Solidarietà di Sondrio
 
Il Bangladesh è proprio come ve lo immaginate: distese di risaie, vegetazione lussureggiante, clima tropicale, molta acqua e tante, tantissime persone, ovunque. Nelle strade in campagna un via vai continuo di carri, carretti, risciò che trasportano quintali di lunghissime canne di bambù, verdura, galline, legna; nelle grandi città un traffico assordante, caotico e molto fastidioso per le vie respiratorie.
E poi c’è Dacca, che sembra un girone dell’Inferno dantesco, con il suo grande distretto industriale del tessile, tristemente famoso per i tanti incidenti, che bisognerebbe chiamare con il nome più corretto di stragi o crimini. Il più noto, per il numero di morti, 1138, è quello del Rana Plaza, avvenuto il 24 aprile del 2013.
Ma noi vogliamo raccontare un’altra storia, che quando è iniziata era difficile anche da immaginare:  quella di BaSE (Bangladesh Hoshto Shilpo Ekota Sheba Shongshtha – Unione Artigiani Bangladesh), un’organizzazione formalmente costituita nel 1992 per coordinare l’attività di piccoli gruppi di produttori artigianali, alcuni dei quali avevano iniziato la loro attività già nel 1976.
L’attività di BaSE e dei gruppi che ne fanno parte è profondamente legata alla figura del padre missionario saveriano valtellinese Giovanni Abbiati, che iniziò la sua missione proprio in Bangladesh, nel 1975, a soli quattro anni dalla guerra che aveva portato all’indipendenza dal Pakistan.
Siamo nel distretto di Khulna, nel Sud-Ovest del Bangladesh. Padre Giovanni viene destinato nel piccolo villaggio di Bhabarpara situato a nord del distretto, vicino al confine con l’India. Con le donne del villaggio inizia l’avventura del “lavoro della juta”, come viene definito nelle lettere che padre Giovanni scrive alla famiglia.
Ci sono già alcune realtà, attive a Dacca, che coordinano il lavoro artigianale delle donne, ma padre Giovanni coglie delle criticità:
“…E arriviamo al lavoro della juta. È stato organizzato a Dacca con aiuti esteri. E fanno lavorare le donne per promuoverle umanamente. Ma le pagano così poco che viene il dubbio di chi vogliano promuovere. E il motivo del guadagno così scarso è che bisogna vincere la concorrenza e che sul mercato estero una borsa non si può farla pagare tanto. Siamo sempre allo stesso punto. Chi stabilisce il prezzo è il mercato estero, ricco.
Bhabarpara è un piccolo villaggio, la maggior parte delle persone è dedita all’agricoltura come proprietari di piccoli appezzamenti, oppure come lavoratori a cottimo. Qui, come nel resto del Paese, la donna vive una condizione difficile. Nel Bangladesh, a maggioranza musulmano, con una forte minoranza hindu e pochissimi cristiani e buddisti, le donne hanno un ruolo centrale nell’accudimento dei figli e nella cura della casa, ma la loro vita sociale e pubblica subisce molte
 
 
limitazioni e, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, vengono sposate in età precoce. Il tasso di scolarizzazione è piuttosto basso, e per le donne lo è ancora di più. Spesso poi sono vittime di maltrattamenti all’interno della famiglia e di aggressioni violente e stupri, spesso non denunciati e non sempre perseguiti.
È in questo contesto che un gruppo di donne, coordinato da padre Giovanni, inizia a produrre manufatti utilizzando la treccia di juta, materia prima che in Bangladesh abbonda. Dalle loro abili mani prendono vita splendidi tappeti, sottopentola, zerbini che vengono inizialmente esportati in modo informale in Italia per essere venduti attraverso una rete di amici e volontari che fanno capo alla cooperativa Sir Jhon di Morbegno, in Valtellina: sono le prime esperienze pionieristiche di commercio equo e solidale in Italia.
Per le donne di Bhabarpara, il gruppo “storico” di BaSE, le ricadute del lavoro della juta sono notevoli, e non si fermano soltanto al piano economico. Le parole di Chalear, una delle fondatrici del gruppo, ci restituiscono molto bene il senso dell’attività:
“…noi venendo qui a lavorare insieme abbiamo cominciato a capire molte cose. Anche questo è stato un grande vantaggio. Abbiamo capito la nostra situazione” .
Il “lavoro della juta”, come anche intrecciare la palma e ricamare, consente alle donne di conciliare un’attività generatrice di reddito con la cura della casa e dei figli, poiché i prodotti vengono realizzati nelle case o nei cortili: non è difficile vedere gruppetti di donne, nei loro coloratissimi sari, sedute a lavorare e chiacchierare, con i figli che giocano vicino a loro. Le donne coinvolte nel lavoro cominciano ad acquisire anche qualche libertà in più, come, ad esempio, allontanarsi da casa per portare il lavoro al magazzino, e questa libertà, unita ad un’acquisizione di consapevolezza, genera qualche preoccupazione negli uomini, come ben evidenziato dalle parole di Giovanni:
“C’era già un gruppo di loro piuttosto contrario al lavoro della juta, perché mette la donna in unaposizione di efficienza nella famiglia che rende inquieti gli uomini. Alcuni mi dicevano già che non potevano più alzare troppo la voce con le mogli, perché queste rinfacciavano loro che si mantenevano da sole. (…) Intuivo che il lavoro della juta avrebbe portato dei cambiamenti di mentalità nelle donne e nel villaggio, ma una rivoluzione sociale con relativa reazione così manifesta non me l’aspettavo. E varie persone per bene vengono a chiedermi di prendere in mano di forza il lavoro della juta o addirittura di chiuderlo (…) significa che gli uomini si sentono sfuggire di pugno le donne, perdono la loro autorità sulle donne”. È tanto complesso quanto importante.
“Lo pensavo anche prima, ma adesso ne ho avuto una chiara prova. Il lavoro della juta non è un semplice dare lavoro a delle donne, per migliorare la loro condizione economica. Ma implica un cambiamento psicologico, morale, sociale che è quasi impossibile misurare. E alle volte mi chiedo se sono matto, o irresponsabile a iniziare un processo simile.”
 
Negli anni l’attività si struttura e vengono attivati gruppi di artigianato anche in altri villaggi del   Sud-Ovest del Paese, arrivando, nei momenti di maggiore espansione e risposta del mercato, a coinvolgere fino a 10.000 donne nella produzione di articoli in juta, foglia di palma e prodotti tessili ricamati a mano. Già alla fine degli anni ’70 le esportazioni sono dirette anche all’Austria, alla
 
Germania e alla Spagna. Nel 1992 viene fondata BaSE, con l’obiettivo di coordinare il lavoro dei diversi gruppi di artigianato e gestire le esportazioni sia per i gruppi membri di BaSE, sia per altri gruppi che si appoggiano all’organizzazione soltanto per la fase di export.
L’esperienza di BaSE si è sempre distinta, fin dalla fine degli anni ’70, prima ancora che venisse formalmente costituita, per i progetti realizzati nei villaggi dove sono attivi i gruppi di artigiane: oltre ai corsi di alfabetizzazione e di formazione, dei quali hanno potuto beneficiare molte donne, sono stati numerosi gli interventi a sostegno delle comunità, specialmente a seguito delle frequenti inondazioni che hanno reso necessario ricostruire abitazioni e spazi comuni, come anche i progetti di prevenzione sanitaria e il sostegno per far fronte a bisogni modesti, ma significativi, per il benessere della famiglia.
 
Nel 1987 uno dei futuri fondatori di Ctm, Rudi Dalvai, già attivo nell’ambito del commercio equo e solidale, compie un viaggio in Bangladesh con un fratello di padre Giovanni per visitare i gruppi dell’artigianato e si creano così anche i presupposti di conoscenza e amicizia per la futura relazione commerciale tra Ctm altromercato e BaSE. Una partnership duratura nel tempo, nella quale il consorzio ha investito molto, anche organizzando corsi di formazione con designer.
Il rapporto privilegiato tra BaSE e la Valtellina continua, alimentato anche da viaggi annuali di volontari a partire dal 1992, quando viene fondata a Sondrio l’Associazione Solidarietà Terzo Mondo (poi cooperativa La Bottega della Solidarietà) che negli anni seguenti gestirà  in proprio l’importazione dal Bangladesh, instaurando così un forte gemellaggio che porterà anche ad invitare in Italia i produttori e, più di recente, il direttore di BaSE.
Così tutti gli anni si parte per le due settimane in Bangladesh e ogni volta si rinnovano emozioni intense, ci si incontra con le donne dei diversi gruppi, ci si abbraccia, si parla e si discute con le artigiane che hanno una sicurezza e una forza che percepiamo bene, anche se abbiamo bisogno della traduzione, e si gode di un’ospitalità e di un’accoglienza straordinarie. E capita anche di doversi improvvisare infermieri per un’iniezione di antidolorifico a una donna piegata in due dal mal di schiena, ma che non ha voluto rinunciare a lasciare la propria casa per incontrarci. In fondo anche noi siamo molto esotici…
Il rapporto di vicinanza e di amicizia si è reso ancora più evidente dopo la morte di padre Abbiati nel 2009, quando quasi tutti davano BaSE per finita. Padre Giovanni, conosciuto anche con il nomignolo di Fr. Rocket per il suo fare così energico e per l’abitudine di  non stare mai fermo, aveva dedicato tutta la sua missione e la sua vita in Bangladesh al lavoro dell’artigianato, consapevole del potenziale che vi si racchiudeva:
“Qui in Bangladesh io mi sono trovato coinvolto nel campo dell’artigianato, legato di più alla condizione della donna…. E lo straordinario è stato che, oltre al frutto economico (una donna che lavora sei ore può guadagnare l’equivalente di un chilo di riso), si è raccolto un altro frutto bello quanto inaspettato: le donne hanno provato gusto a trovarsi insieme, a discutere dei loro problemi, a non cedere di fronte a un caso di ingiustizia.”
Il dolore per la perdita di un amico e di un riferimento forte si unisce alla preoccupazione per la sorte di BaSE: ma cinque anni sono passati e,
 
 
pur con alcune difficoltà, legate anche a un calo di ordini connesso alla crisi economica in Occidente, e un breve periodo di disorientamento, l’organizzazione ha ritrovato un suo equilibrio e uno staff interamente bengalese in grado di dirigerla.
I problemi non mancano – un controllo di qualità non sempre rigoroso, il forte aumento del costo della juta - ma molti gruppi sono dinamici e innovativi. Lo storico gruppo di Bhabarpara, dove Chalear lavora ancora, dopo un po’ di comprensibile e “tosta” resistenza, ha aderito con convinzione a un progetto di sviluppo di prodotti realizzati non più solo intrecciando la juta, ma anche altri materiali, come sari e plastica riciclata.
BaSE, supportata dai suoi partner, investe molto sia nello sviluppo dei prodotti sia nel consolidamento dell’organizzazione, anche attraverso la costruzione, finanziata in gran parte con contributi raccolti dalla Bottega della Solidarietà, di un proprio magazzino centrale nella città di Khulna, dove vengono conferiti i prodotti dei diversi gruppi per essere poi spediti ai compratori. Il giorno dell’inaugurazione è stato splendido poter essere lì, insieme alle artigiane di BaSE, venute anche da villaggi lontani per vedere il magazzino che è la nuova casa di BaSE, la loro casa. Per tutti noi è la realizzazione di un sogno e mi piace pensare che ogni mattone appartenga a una donna. L’edificio può stare insieme solo se i mattoni restano ben uniti, BaSE può continuare ad esistere solo se i suoi membri sapranno agire sempre per il bene comune.
 
L’incontro con le donne di BaSE è sempre un’emozione molto forte, nel loro sguardo c’è una grande fierezza, dignità e tenacia. Vederle al lavoro mentre intrecciano la juta, ricamano o confezionano i cesti in foglia di palma è un’esperienza straordinaria che alimenta la nostra motivazione a proseguire insieme. Non è stato facile, negli ultimi anni, dare risposte alla loro domanda più ricorrente: “Perché ci mandate meno ordini?”. L’artigianato equo e solidale è in crisi da qualche tempo e anche BaSE ne sta risentendo. La sfida che ci accomuna è rinnovarsi, senza perdere l’ispirazione originaria, perché molte donne, come Chalear, possano continuare a dire: “Io, nel mio lavoro, sono libera”.
 
 
Tratto da “L’altro oriente. Asia equa e solidale”
I progetti del commercio equo e solidale in Asia: storie e immagini
Ed Altraeconomia – ottobre 2014
Data

11 FEBBRAIO 2015

Informazioni

In questa sezione proponiamo tutte le notizie relative alla Cooperativa LA BOTTEGA DELLA SOLIDARIETÀ.