Commercio equo e solidale importazione diretta dal Bangladesh
associazione Solidarietà Terzo Mondo Onlus

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In memoria di Chalear

19 FEBBRAIO 2018

Carissime/i,

abbiamo appreso in questi giorni che è morta Chalear, una delle fondatrici del gruppo di artigianato di Bhabarpara – Bangladesh, a lungo presidente della cooperativa.

Vogliamo ricordarla insieme a tutti voi come protagonista e pioniera del commercio equo e solidale con profonda stima e affetto.

L’abbiamo conosciuta durante i viaggi annuali e molti di voi ebbero occasione di incontrarla quando venne in Italia nel 1999 durante l’assemblea mondiale del commercio equo a Milano e visitò diverse botteghe e centrali di importazione con padre Giovanni Abbiati.

Iniziò l’attività dell’artigianato nel 1977 con un gruppo di donne per lavorare la juta e realizzare sottopentola, tappeti, amache, shike (portavasi da appendere al soffitto) ed altro ancora.

Un lavoro faticoso dove gli unici strumenti sono un ago e la juta e tutto viene intrecciato a mano, senza telai.

 

Era una giovane donna musulmana, analfabeta, scappata dalla casa del secondo marito. Una vergogna per la propria famiglia, che la rifiutò. Soltanto il nonno la prese con sé, dicendole di trovarsi un lavoro. A quel punto le possibilità erano due: andare a lavorare a giornata in un campo (riso o iuta), andare a servizio presso una casa di benestanti. In entrambi i casi il suo salario sarebbe stato un pasto caldo e nulla di più. Si rivolse a padre Giovanni missionario presso il villaggio, per chiedere se fosse a conoscenza di qualcuno in città in grado di accoglierla come donna a servizio. Si ritrovò invece con un'offerta ben diversa: ricevere un piccolo prestito, frequentare un corso e imparare a lavorare la iuta. Si unì così ad un gruppetto di quattro donne.

Quando Chalear raccontava la sua storia diceva: "non avevo niente da perdere, così ho imparato a lavorare la iuta".

 

Le sue parole, ci restituiscono molto bene il senso dell’attività:

“…noi venendo qui a lavorare insieme abbiamo cominciato a capire molte cose. Anche questo è stato un grande vantaggio. Abbiamo capito la nostra situazione”.

Il “lavoro della juta”, come anche intrecciare la palma e ricamare, consente alle donne di conciliare un’attività generatrice di reddito con la cura della casa e dei figli, poiché i prodotti vengono realizzati nelle case o nei cortili: non è difficile vedere gruppetti di donne, nei loro coloratissimi sari, sedute a lavorare e chiacchierare, con i figli che giocano vicino a loro. Le donne coinvolte nel lavoro cominciano ad acquisire anche qualche libertà in più, come, ad esempio, allontanarsi da casa per portare il lavoro al magazzino, e questa libertà, unita ad un’acquisizione di consapevolezza, genera qualche preoccupazione negli uomini, come ben evidenziato dalle parole di Giovanni:

“C’era già un gruppo di loro piuttosto contrario al lavoro della juta, perché mette la donna in una posizione di efficienza nella famiglia che rende inquieti gli uomini. Alcuni mi dicevano già che non potevano più alzare troppo la voce con le mogli, perché queste rinfacciavano loro che si mantenevano da sole. (…) Intuivo che il lavoro della juta avrebbe portato dei cambiamenti di mentalità nelle donne e nel villaggio, ma una rivoluzione sociale con relativa reazione così manifesta non me l’aspettavo. E varie persone per bene vengono a chiedermi di prendere in mano di forza il lavoro della juta o addirittura di chiuderlo (…) significa che gli uomini si sentono sfuggire di pugno le donne, perdono la loro autorità sulle donne”. È tanto complesso quanto importante.

“Lo pensavo anche prima, ma adesso ne ho avuto una chiara prova. Il lavoro della juta non è un semplice dare lavoro a delle donne, per migliorare la loro condizione economica. Ma implica un cambiamento psicologico, morale, sociale che è quasi impossibile misurare. E alle volte mi chiedo se sono matto, o irresponsabile a iniziare un processo simile.”

 

In occasione della permanenza nel 2000 nel villaggio di Bhabarpara Sandra Endrizzi chiese a Chalear:

“Sono trent’anni che lavori la juta, non sei stanca? Non vorresti riposarti o cercare qualcos’altro?” In tutta risposta disse: “io nel mio lavoro sono libera”

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In memoria di Chalear
Lombardia, terra di commercio equo. Tutti i numeri del fair trade

Lombardia, terra di commercio equo. Tutti i numeri del fair trade

07 FEBBRAIO 2018

Altraeconomia – mensile di informazione indipendente
n. 201/febbraio 2018
stralcio articolo
“Lombardia, terra di commercio equo. Tutti i numeri del fair trade”
Dietro le sigle, oltre 12mila soci e 2.400 volontari. Il 68% delle realtà sono nate più di 15 anni fa
Una ricerca realizzata da Altraeconomia e commissionata dalla regione ricostruisce pezzo per pezzo il presente delle 81 organizzazioni solidali cui corrispondono 139 punti vendita. Le donne al centro, così come i diritti
Le realtà censite sono state in tutto 81 –anche se andrebbe scritto 80, poiché al primo di gennaio due realtà, la cooperativa Chico Mendes di Milano e La cooperativa Solidarietà Terzo Mondo di Brescia, si sono fuse-; un variegato insieme di esperienze molto diverse tra di loro per la storia, dimensione e risultato economico.
A queste 81 realtà corrispondono 139 punti vendita; la provincia che ne vede di più è, come prevedibile, quella di Milano, anche se andrebbe sottolineato che, per numero di abitanti, è quella di Sondrio ad avere una diffusione maggiore di botteghe.
……………………………………………………………………
A guardare ancora le provincie però, torna a spiccare Sondrio con i suoi 7 punti vendita: il ricavo per abitante è attorno ai 3.64 euro, contro l’1,86 di Milano e gli 0.66 euro di Varese.
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Ancora una volta però il confronto con la popolazione provinciale restituisce un quadro differente. E ancora una volta è la provincia di Sondrio a distinguersi, con un volontario nel commercio equo ogni mille abitanti circa (per Como sono 1 ogni 1.300 abitanti, Milano1 ogni 8mila circa). È stato chiesto alle organizzazioni di ritrarre il loro volontario “tipo”.
Nonostante le ovvie peculiarità ed eccezioni, la costante è la netta preponderanza di donne, che in molti casi costituiscono oltre il 90% del “corpo volontari”. Tra i volontari si annoverano spesso volontari “storici”, che prestano la loro opera addirittura dalla nascita dell’organizzazione (vuol dire in alcuni casi da oltre 20 anni).
Infine, la ricerca ha cercato di tratteggiare l’avventore “tipo” di una bottega attraverso un questionario somministrato a un piccolo campione (1587 interviste) di clienti, direttamente in negozio. Ne è emerso un ritratto molto particolare: una preponderanza femminile, un livello di istruzione particolarmente alto, età media sostenuta. Ma soprattutto motivazioni molto chiare per la scelta: chi entra in una bottega del commercio equo e solidale lo fa perché dietro ai prodotti c’è l’impegno delle organizzazione nella tutela dei diritti, nel sud del mondo, come al nord.

 

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sostegno per i Rohingya

18 GENNAIO 2018

L'associazione Solidarietà Terzo Mondo ha deliberato di contribuire all'attività dell'ONG Dalit presso i campi profughi Rohingya in Bangladesh.

Conosciamo il fondatore Lino Swapon da molti anni  quando decise di mettere in piedi  più di 60 centri per l’educazione informale (prescuola e doposcuola) per più di 5000 bambini l’anno che frequentano la scuola primaria e secondaria.

Si dedica con determinazione alla lotta contro i matrimoni precoci, fenomeno diffuso fra le giovani ragazze incontrando non poche difficoltà. É riuscito a formare numerose donne che lo stanno aiutando alcune delle quali hanno già raggiunto posizioni di responsabilità.
Attualmente la vice presidente dell’associazione Dalit è una giovane donna.
potete leggere gli articoli qui:

http://www.commercioequosondrio.it/file/zoom/rohingya-documento-dalit-italiano-yRC.pdf  versione tradotta in intaliano

http://www.commercioequosondrio.it/file/zoom/report-of-dalit-activities-on-rohingya-crisis-MsW.pdf  versione originale

 

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sostegno per i Rohingya

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